«Tra i testi dovlatoviani, Straniera non è solo il racconto più “americano”, ma è anche, a suo modo, un nostalgico omaggio all’ormai remota New York degli anni Ottanta, vista attraverso gli occhi degli emigranti sovietici come un luogo spettacolare, attrattivo e spaventoso». - Laura Salomon Marusja Tatarova è la «Straniera».
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Una giovane leningrandese ebrea emigrata dalla Russia sovietica più per noia che per reali motivazioni politiche. Maria, figlia di due papaveri della nomenklatura, è una tipica rappresentante delle classi colte russe, e la sua esistenza scorre a New York, come in un film di Rohmer, tra lavori improbabili, mille corteggiatori e un nuovo, grande, allucinante amore, da cui deriveranno altre nuove avventure, da chiamare forse più disavventure. Ma questo romanzo breve è soprattutto l’ironico, innamorato quadretto della vita degli ebrei russi di New York, riuniti in un piccolo surreale quartiere sulla Centottava Strada, dove il russo è la lingua ufficiale, dove si conservano caparbiamente usi e costumi del paese d’origine. Alla comparsa di Straniera, Kurt Vonnegut ha così commentato rivolgendosi a Dovlatov: «Io mi attendo molto da lei e dal suo lavoro. Lei ha del talento ed è pronto ad offrirlo a questo folle paese. Siamo felici che lei si trovi fra noi».
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